Alessandro Costanzo - Dall’interno all’interno

2025 | Davide Silvioli 


Nella sua prima personale romana, Alessandro Costanzo presenta gli esiti di una ricerca che intraprende l’opera d’arte come complesso percettivo, dimostrando una cifra stilistica dal carattere esperienziale e di impronta postminimalista, da riscontrarsi nella maniera di interpretare oggetto e materiale, da lui costantemente correlati e riformulati in relazione all’osservatore e all’ambiente. Le realizzazioni in mostra, che, situandosi al limite tecnico tra scultura e installazione, attribuiscono tridimensionalità alla creazione a parete e riconoscono proprietà bidimensionali all’esercizio scultoreo, sono caratterizzate da esili fenditure e vuoti attraversabili dallo sguardo e dalla luce, connotandosi, perciò, come delle porostrutture. Le aperture, pur articolate nella freddezza di un impianto strutturale rigoroso o comunque dominante per entità materiale, svelano il senso caldo di tracce umane, rilevabile nella natura quotidiana degli elementi che vi sono inglobati (spesso legati alla pratica del campeggio). I rivestimenti metallici, nella loro neutralità, sono leggibili anche come espedienti protettivi, ovvero soglie in cui dentro e fuori divengono comunicanti, al punto che l’algidità delle superfici, monocrome per rafforzarne la qualità oggettuale, pone in essere un’implicita tensione verso la sfera del vissuto. Si tratta della medesima dialettica tra interno ed esterno, tra macchina e umano, tra chiusura e apertura, che trova sintesi nella prassi dell’autore. È in questa oscillazione dall’oggettivo al vivo, dal totale al parziale, che si identifica la ragion d’essere di lavori che, per loro essenza, abitano circostanze di confine, alimentandosi di tale condizione liminare.

Dunque, come il titolo dell’evento sottende, a rendere l’interno della scultura (o il suo negativo) il principale agente narrativo non è tanto la parte formale o l’oggetto che vi è incluso ma, più nettamente, la relazione tra i due fattori, precisandosi come il fondamento estetico di tale sperimentazione.

L’interno, pertanto, si configura come un luogo sia fisico che mentale, dove tutto appare sospeso e alluso; una dimensione che domanda tempo per essere avvertita, che rende quanto non visibile esplicitamente il vero campo d’azione dello sguardo. Su queste premesse, Assedio appare come una struttura in tensione, un involucro ascensionale in cui la lamiera smaltata e le aste in vetroresina creano un corpo elastico, quasi difensivo.

Le fenditure strette che lo attraversano suggeriscono uno spazio interno come sotto pressione, teatro di una forza latente – e di una forma di resistenza – che non si mostra ma è viva.
Diversamente, le opere appartenenti alla serie Sospeso vedono elementi quotidiani irrompere nell'impersonalità delle strutture portanti, contrassegnate da fessure che replicano i sistemi di areazione di dispositivi elettronici, scaturendo contrasto tra la rigidità dell’apparato tecnico e la corruzione, la vulnerabilità, dei prodotti racchiusi. Le Micropause, fusioni in stagno, traducono lo stesso proposito creativo secondo un tenore intimo, assumendo la forma di corpi compatti, dove il binomio finora rappresentato da oggetto e struttura si annulla nel plasticismo unico di sculture lucenti che terminano nel ricordare manifestazioni organiche.






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